La settimana chiede innanzitutto di prestare attenzione al modo in cui la musica torna. Non sempre con una ristampa o una celebrazione ordinata: talvolta rientra dalla porta principale, portandosi dietro tutto il tempo trascorso. Carly Simon pubblica Comes In Waves, primo album di materiale originale in diciotto anni, e sceglie proprio l’immagine delle onde per parlare di emozioni che avanzano, si ritirano e prima o poi riaffiorano. Prodotto con David Spencer, il disco coinvolge i figli Ben e Sally Taylor, Paul Samwell-Smith e Frank Filipetti. C’è anche una nuova versione di Share the End, proveniente da Anticipation del 197, non è un espediente nostalgico, perché infatti serve a misurare la distanza fra la giovane autrice di allora e una musicista che oggi scrive di memoria, famiglia, perdita e guarigione. È il titolo da avvicinare con calma, possibilmente come si faceva un tempo: disco intero, testi a portata di mano e telefono in un’altra stanza.



Anche A Supreme Blue guarda indietro, ma con intenzioni decisamente meno contemplative. Nicholas Payton e Butcher Brown riuniscono idealmente Kind of Blue e A Love Supreme nel centenario della nascita di Miles Davis e John Coltrane. Conservano persino la sequenza dei brani, ma sostituiscono la reverenza museale con ritmi house, dub, funk, hip hop e una diversa concezione del groove. Il rischio di affrontare due opere simili è evidente; la ragione d’ascolto sta proprio nella decisione di non riprodurle nota per nota, Jon Batiste compie un’operazione parallela con Black Mozart, facendo passare Mozart attraverso ragtime, stride piano, blues e tradizione classica afroamericana. Entrambi i progetti sostengono una vecchia verità riguardante il modo in cui il repertorio può sopravvivere quando torna nelle mani dei musicisti, senza essere chiuso sotto vetro.



Più intimo è Papa’s Boat di Dana and Alden: sax e batteria restano il nucleo del duo, ma le registrazioni effettuate fra Londra, New York e Brasile aprono il jazz a samba, bossa nova, indie e pop. Il nonno dei fratelli McWayne diventa quindi il punto di partenza di un viaggio, non il soggetto di un monumento familiare. Laura Veirs ha costruito uno studio nel proprio giardino e vi ha realizzato Temple Songs, occupandosi di scrittura, produzione, arrangiamenti e quasi tutti gli strumenti. Dopo aver temuto che le canzoni non sarebbero più arrivate, ha scelto l’autosufficienza: un disco per chi ama sentire non soltanto l’autore, ma anche la stanza nella quale l’autore ha ricominciato a lavorare.

La storia di Lost in Another World di James Ellis Ford è più aspra; il produttore di Arctic Monkeys, Beth Gibbons e Depeche Mode ha registrato il suo secondo album solista durante la chemioterapia, lavorando al computer da un letto d’ospedale e cantando piano per non disturbare. Sintetizzatori, arpeggi e una voce volutamente "esposta" costruiscono un paesaggio sospeso fra fantascienza, paura e quotidianità clinica che non costruisce un ascolto da usare come sottofondo, probabilmente richiede cuffie e disponibilità a restare nella stanza.



Dopo tante stanze raccolte, Sunshine dei Jungle riapre porte e finestre. J Lloyd, Tom McFarland e Lydia Kitto continuano a intrecciare funk, soul ed elettronica pensando alla dimensione collettiva della pista e del concerto, e non è il disco al quale chiedere solitudine: funziona quando il basso deve rimettere in moto la giornata con il giusto tiro e con il giusto groove. I Getdown Services scelgono una fisicità più sgangherata con Massive Champion. Il duo di Bristol, infatti, riversa in tredici tracce l’umorismo e l’imprevedibilità costruiti su palchi spesso improbabili; i brani dell'album parlano di infanzia e cultura pop britannica con il taglio perfetto per chi preferisce il rock quando non è troppo "levigato" e conserva qualche vite allentata.